Premio Letterario Osilo XIV edizione intitolata a giovanni Zirolia, Professionista del diritto, Sez. Premio alla carriera a “su recramadore” Matteo Puschedda.
Matteo, giovane di Bono, ha raccolto la tradizione del ricamo e cucito artistico. Osilo, premiando, riconosce non solo i prodotti delle sue “abili mani” ma principalmente l’idea vincente che anche nell’arte del ricamo non esista futuro senza lo sguardo al passato. Per Matteo un dono particolare scritto da Gianni Avorio, figlio di una delle grandi e indimenticate ricamatrici di Osilo, culla del ricamo, Pitzentina Maronzu.
Giovanna Elies
Quando le Janas donarono alle donne sarde l’arte del ricamo
Il ricamo fa parte dei migliori ricordi della mia, ormai lontana, infanzia. Insieme a quei fili, figli dell’arcobaleno, che formavano straordinari giardini colorati si arrotolano i miei ricordi. Ho vissuto, allora inconsapevole bambino, l’arte creatrice di mia madre, che da Osilo aveva portato con sé quel dono del cielo che consisteva nel ricreare sui tessuti quanto solo la natura sapeva creare. Rose in sboccio da fare invidia ai grandi pittori nascevano e si sviluppavano sotto le abili mani di Pizzentina Maronzu. Non capivo, allora, che avevo la fortuna di assistere alla realizzazione di una meraviglia della maestria di molte donne sarde e, non avendo spiegazioni razionali per ciò che si materializzava sotto i miei occhi, mi immaginavo qualche fata che guidava quelle dita e ispirava con la bacchetta magica la creazione di immagini degne di un Paul Cezanne. Mi è sempre rimasta la curiosità per quest’arte amata da re e regine, e mai ho avuto occasione per approfondire il tema. Ho tentato di realizzare i miei sogni di bambino e ho dato corpo e anima a quelle mie lontane fantasie sulle fate sarde, conosciute come janas, e note per avere donato agli esseri umani l’arte della tessitura e del ricamo. Ho visto mia madre ragazzina che con le sue amiche osilesi riceveva la visita di una jana inviata dalla regina delle fate sarde a mostrare un’arte ancora sconosciuta ai livelli di raffinatezza raggiunti in seguito. E, di fantasia in fantasia, ho ricostruito il percorso che ha portato alla creazione dei capolavori che ornano i costumi di Osilo e della Sardegna tutta. Ho vissuto questa ricostruzione fantastica come solitamente fanno i bambini, che sono gli unici in grado di inserire nello shaker sociale fantasticherie e realtà, senza provare imbarazzi o disagi. Ho chiuso gli occhi e mi sono immedesimato in quelle fantasie fanciullesche. In un paese né grande né piccolo viveva una comunità dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Ma, la vera ricchezza, era rappresentata da una comunità di donne particolarmente esperte nell’arte del cucito e del ricamo. Il prodotto delle loro fatiche faceva bella mostra di sé negli abiti festivi delle donne, che diventavano, con il loro incedere elegante e altero, delle vere regine. Nessuno seppe mai darsi una spiegazione plausibile di quella straordinaria maestria con la quale le donne riuscivano a produrre quei capolavori degni dei pennelli dei più grandi pittori. Non ci si stancava di guardarli, e gli occhi, ipnotizzati da colori e composizioni, cercavano inutilmente di comprenderne il processo di creazione.
Sulle origini di quella inarrivabile perizia con aghi e fili circolavano le leggende più strane e inverosimili, ma una su tutte sembrava avesse fondamenti di verità e affondava le radici nel lontano passato, quando il tempo non era il tempo, e gli uomini e le donne non avevano iniziato a scandirlo. Il mondo era diviso in due livelli tra loro inconciliabili; e l’unica che possedeva la chiave per aprire un varco fra i due mondi era la regina, ma si guardava bene dall’intervenire in quello schema rigido e immodificabile. Era concessa solo alle janas qualche sporadica scorribanda nel mondo di sotto, fra gli esseri umani. Le Janas vivevano nel livello superiore, autosufficienti e immortali. Donne e uomini vivevano nel livello inferiore, anch’essi immortali, ma dediti alle fatiche quotidiane per produrre i beni necessari alla comunità. Nessuno dei due poteva rompere l’isolamento e comunicare con il livello non di appartenenza, rischiando una pena infinita i cui contorni erano lasciati nell’indeterminatezza, ma tutti ne avevano un sacro timore. Nessuno sapeva perché le cose funzionassero in quel modo terribilmente schematico, ma tutti si adattavano senza troppi perché. Anzi, a dirla tutta, non era ancora nato il concetto del “perché”. Le cose stavano così, punto e basta.
Non si sa quando, ed è ovvio perché il tempo ancora non esisteva, avvenne il cambiamento, quando s’infilò nel meccanismo perfettamente oliato il classico granellino di sabbia. Fatto sta che in quel preciso momento nacque il tempo, scattarono le lancette dell’Umanità e della Storia.
Era il… Primo intoppo: abbiamo detto che il tempo non esisteva e non possiamo dire quando la storia ebbe inizio. E non possiamo neanche dire, a rigore, che iniziò, perché per concepire un inizio deve esserci un tempo nel quale inserirlo: senza tempo, niente inizio. E via, di conseguenza, anche per i verbi che indicavano un passato che, manco a dirlo, non poteva esistere.
È un bel rompicapo trovare il modo e la possibilità di raccontare gli avvenimenti senza superare il limite fisico previsto dall’assenza del tempo.
Ci sono strani personaggi, definiti scienziati, che ritengono che il tempo sia iniziato insieme allo spazio con una mega esplosione chiamata Big Bang, ma a noi amanti delle fiabe piace pensare che sia la magia il regolatore del tempo e siano elfi, maghi e fate a gestire gli avvenimenti.
E secondo questi cosiddetti scienziati le cose che vediamo sono lì perché le guardiamo e quando non le osserviamo non ci sono: negli ospedali psichiatrici ci sono persone più equilibrate e sensate. Ho persino sentito un signore, applaudito da una platea di suoi simili, dichiarare che una cosa può essere, sdoppiata, contemporaneamente in due luoghi differenti, anche ad anni luce di distanza. Propongo di stendere un pietoso e compassionevole silenzio su queste baggianate, sbolognate per scienza dei quanti. Il bello è che nessuno ci dice quanti siano questi quanti. Bah, ce ne faremo una ragione! Lasciamo a chi non ha un accidente da fare tutto il giorno queste riflessioni e tiriamo diritti per la nostra strada. Un tempo, quando il tempo ancora non c’era, uomini e Janas vivevano in pace e concordia, ciascuno nel proprio ambito: le fate nel mondo di sopra e gli uomini nel mondo di sotto. E non venitemi a dire che se il tempo non esisteva, non potevano esistere né uomini né Janas: esistevano, e la prova ce la danno i racconti che generazioni di uomini ne hanno fatto, e qualcuno sostiene, con qualche ragione, di aver visto le piccole e magiche creature frequentare boschi e sorgenti montane sparse nell’isola di Sardegna. In fondo a ben riflettere è più credibile che esistano le fate che un qualcosa che può materializzarsi contemporaneamente in più posti. Fantasia per fantasia!
Il mondo di sopra, dove vivevano felici le piccole fate, veniva chiamato dalle sue abitanti Paradiso delle Janas, il mondo di sotto rispondeva pomposamente al nome di Paradiso degli uomini, con una certa dose di presunzione e arroganza. Ma era quasi ovvio che ciascuno vivesse in modo autoreferenziale il proprio mondo, ignorando la presenza degli altri. Così era e così proseguì finché qualcosa non ruppe il dolce isolamento e diede inizio al tempo, al prima e al poi, ad ora e allora, al domani e allo ieri. E si potevano usare i verbi coniugandoli correttamente.
Le fate non erano tutte concentrate in un unico luogo, ma dislocate su vari monti, in cima ai quali si ergevano i loro splendidi castelli costruiti di nuvole e cielo, di luci e ombre. Il Regno di sopra era invisibile al Regno di sotto per i motivi già detti e perché era così; non c’erano altre particolari motivazioni. Gli uomini (e ovviamente le donne) vivevano nel Regno di sotto in agglomerati chiamati città e paesi, non sempre felici per il loro tenore di vita. Chi viveva fra stenti e disperazione se la prendeva con la sfortuna e il rio destino, chi viveva nel lusso più sfrenato ringraziava la propria astuzia per essere riuscito ad accaparrarsi anche la quota spettante alla parte di uomini (la stragrande maggioranza) indigente. Non vi era comunicazione fra il sopra e il sotto, anche perché ciascuno aveva un proprio sopra e un proprio sotto al quale fare riferimento; insomma s’ignoravano a loro insaputa. Il regno di sopra era di fatto un sopra/molto sopra, mentre il regno di sotto era un regno sotto/molto sotto.
Tutto filava ordinato e senza particolari sussulti, senza che a qualcuno venisse in mente di chiedersi se ci fosse qualcos’altro oltre il loro quotidiano. Si andò avanti con il solito tran tran finché non avvenne un fatto che bruscamente mise in contatto i due mondi, sia pure senza confonderli. Insomma, sembra una spiegazione un po’ fantastica di quello che gli astrofisici chiamano ‘Big bang’ e teoria delle stringhe. Fu una sorta di violazione del principio di non violazione che permise agli uni la consapevolezza dell’esistenza degli altri. Il reciproco riconoscimento non fu, però, alla pari: il mondo degli uomini intuì la presenza di un mondo soprannaturale, abitato da strani esseri con particolari poteri magici; il mondo delle janas, invece, acquisì una perfetta conoscenza del mondo degli uomini e pensò, con gesto di grande bontà, di occuparsene, cercando di modificare in meglio anche le situazioni più negative. Certo l’intervento non doveva essere casuale, ma regolato da precise norme di comportamento che dovevano diventare vincolanti per tutti. Anche su questo codice le idee sulle origini sono poco chiare e si perdono nella notte dei tempi, forse quando un fatto imprevisto permise il contato delle stringhe e dei due universi paralleli. Quando avvenne che qualche entità superiore scrisse le norme di comportamento per uomini e janas non è dato sapere, e non è dato sapere perché il potere di modificare magicamente la realtà sia stato affidato alle fate e non agli uomini. A questi ultimi una ipotetica unità o motore primario, che stabilì le regole, concesse l’utilizzo della ragione e la capacità di discernere il bene dal male.
E con la ragione un gruppo di giovani donne s’impadronì dell’arte del tessere e del ricamo, mediata dalla jana Asfodelo, nominata dalla collettività di appartenenza capo delle operazioni per trasferire alle donne sarde l’arte della creazione “dei tessuti e dei ricami”, fino ad allora di competenza esclusiva di quelle minuscole e delicate fatine che vivevano nel mondo di sopra, sognate dagli esseri umani, ma invisibili a tutti gli abitanti del mondo di sotto. Tutto avvenne all’improvviso, mentre un gruppo di ragazzine giocavano spensierate nel paese né grande né piccolo che rispondeva all’ottimistico nome di Benidore, rincorrendosi felici e riempiendo le vie con le loro voci gioiose. Nessuna fra quelle ragazze avrebbe mai supposto che cosa aveva deciso per loro la sorte, nessuna aveva mai ipotizzato che il loro futuro sarebbe stato tracciato da una fatina inviata nel mondo degli uomini e delle donne per insegnare “solo” alle donne l’arte del tessere e del ricamare. Le sorelle Altea, Giuliana Cambilargiu, Adolfa Chessa, Giovanna Dore, Vincenzina Marongiu e le sorelle Pilo mai avrebbero immaginato che a loro sarebbe stato demandato il compito di trasmettere alle future generazioni la capacità di dipingere il creato con fili d’oro e d’argento, e portare fra gli uomini i fili che colorano l’arcobaleno. Come in tutti i luoghi dove vivono i ragazzi, anche nel nostro paese avvolto al cocuzzolo di Monte Sonniu si formavano e si contrapponevano piccoli gruppi di amici e amiche che si confrontavano cercando d’imporre agli altri il loro modo di vivere e di affrontare gli avvenimenti. Al gruppo delle amiche del Rosario si contrapponeva, in modo assolutamente bonario, quello delle ragazze di via Roma, formato da Maurizia Strino, Antonina Paglia, Antonina Cambilargiu e Angela Unali. Ciascuna cercava di sopravanzare le altre in abilità e questo conflitto perenne non prometteva uno sbocco positivo: come tutti i conflitti, anche i più lievi, che procedono con alterne fortune verso una sconfitta generale, dove perdono i vinti che subiscono la violenza dei vincitori e i vincitori che pagano spesso lo stesso prezzo dei vinti. Asfodelo, nel vedere quelle ragazzine giocare spensierate e punzecchiarsi, sorrideva, volando di fiore in fiore, come un’ape laboriosa. Aveva un compito affidatole dalla regina delle janas, ma si divertiva nel vedere quelle agili gambette correre spensierate nelle strette vie di Benidore e indugiava nel dare corpo alle decisioni di cui lei doveva essere la fedele esecutrice. Ascoltò per un po’ i discorsi e ne seguì le evoluzioni ludiche, finché, memore degli ordini della jana sovrana, si palesò sotto forma di vecchia in difficoltà per mettere alla prova quelle piccole donne, perché, è risaputo in tutta l’Isola, le janas sono molto generose con gli abitanti del mondo di sotto, ma non danno mai niente per niente. E in questo caso Asfodelo voleva capire quanta generosità albergava nei cuori di quelle giovanissime donne.
Non appena si accorsero della vecchia e del suo stato cagionevole, le ragazze abbandonarono i giochi e si presero cura della poveretta, che si fece accompagnare a casa. Per arrivarci faticarono non poco e dovettero attraversare un fiumiciattolo sorreggendola per evitare che si bagnasse. Superato l’ostacolo liquido, s’inerpicarono per una erta acciottolata priva di erbe e fiori. Raggiunta la misera casupola dove l’anziana donna disse di abitare, invitò le ragazzine nella sua umile case perché voleva loro mostrare il frutto della sua creatività, anche perché desiderava in qualche modo ringraziarle per la loro estrema gentilezza. L’interno della casa, che si aspettavano cupo e misero, si trasformò in un salone di straordinaria bellezza, completamente ricoperto di tappeti tessuti con i fili che sembravano una pioggia degli dei e scialli ricamati dalle janas stesse.
L’intero salone ne era ricoperto tanto da lasciare senza fiato quelle piccole donne, stupefatte per la trasformazione di quel luogo che pensavano fosse un miserabile tugurio ed estasiate da quei tappeti e da quegli scialli ricamati. Nessuna aveva il coraggio di parlare anche perché quelle bocche erano spalancate per lo stupore. Lentamente si ripresero e chiesero come fosse stato possibile che quella misera stamberga si fosse trasformata in un sontuoso palazzo ricco di tappeti meravigliosi e di scialli ricamati degni di una dea. Asfodelo sorrise e davanti alle giovani riassunse la sua naturale bellezza e parlò, cercando di dare una risposta alle stupite giovinette: «Care e gentili ragazze, il mio nome è Asfodelo. Sono stata incaricata dalla regina delle janas di istruirvi nell’arte della tessitura e del ricamo. Poiché i doni le janas li fanno solo a chi dimostra sincera bontà, ho dovuto sottoporvi a questo piccolo inganno per verificare il vostro livello di bontà, e voi avete superato brillantemente la prova. Per il potere che mi è stato conferito dalla mia regina vi dono la maestria nell’uso del ricamo, tutto ciò che farete sarà tanto bello da essere tramandato per generazioni e ammirato in tutto il mondo, tanto che anche le regine sogneranno di indossare il frutto della vostra arte. I vostri lavori rivaleggeranno con quelli di Aracne, che ebbe, però, l’ardire di sfidare la dea Atena e fu trasformata in ragno subendo la terribile punizione di tessere la tela con la bocca per tutta la vita. Tenetevi modeste e generose come lo siete state finora e non avrete di che pentirvi. Le generazioni si succederanno e voi sarete sempre ricordate come maestre dell’arte del ricamo. Troverà la vostra arte dei discepoli di pari valore che divulgheranno fra le genti quanto voi costruirete. Andate e non abbiate timore, la vostra bontà vi ha aperto la strada verso la creatività, e nessuno mai potrà eguagliare il vostro lavoro.»
Le giovinette lasciarono la casa della jana Asfodelo che, una volta uscite, si dissolve per incanto. Le ragazze si guardarono stupite per quanto era loro accaduto e si diressero mute e pensose verso casa.
Raggiunta la propria dimora, ciascuna si sentì preda di un impulso incontrollabile e cercò ago e filo per tradurre sulla stoffa il disegno floreale che le frullava in testa. E la sera trascorse serena fra quelle ragazze che stupirono i familiari realizzando opere di ricamo mai viste, anche alla luce del fatto che nessuna di loro aveva mai preso in mano ago e filo. Lo stupore delle famiglie travalicò lo stretto ambito familiare e, prima nell’Isola poi nel mondo intero, la bravura di quelle giovani donne divenne motivo di discussione e ammirazione generale. Quegli insegnamenti furono tramandati negli anni e oggi è possibile coglierli nei lavori di quei figli e figlie che oggi continuano a mostrare attraverso le produzioni più disparate. Ho detto figli e figlie non a caso, perché, e per quanto è a mia conoscenza è la prima volta, un giovane di Bono, Matteo Pischedda, sembra averne raccolto il testimone e sta dando nuovo lustro all’arte raffinata del ricamo insieme a un folto e meritorio gruppo di ricamatrici sparse nell’Isola, e qui ne abbiamo una buona rappresentanza nel gruppo che orna i doni del Salotto Letterario, formato da Anna, Francesca e Maria Nufris, Giacomina Nonna, Vittoria Palmas, Caterina Pilo, Pierina Puggioni.
Gianni Avorio



